Cambia menù – di Licia Colò

Un articolo della conduttrice di “Animali & animali” e di “Alle falde del Kilimangiaro”, trasmissioni fortunate di RAI3, Licia Colò dal sito “Terranews”

Cambia menù

Licia Colò
IDEE. La scelta che può influire da subito e meglio per tentare di arginare i cambiamenti di temperatura è quella alimentare.

«È tempo di agire. Tutti possiamo fare qualcosa, rivedendo i nostri stili di vita». L’appello dell’iniziativa “100 piazze per il clima” di sabato 12 dicembre ha trovato la mia firma proprio per questo richiamo. Perché c’è un dato che mi ha fatto riflettere in vista del vertice di Copenaghen: la scelta che può influire da subito e meglio per tentare di arginare i cambiamenti di temperatura è quella alimentare. Diminuendo immediatamente il consumo della carne e degli altri prodotti di origine animale, eliminandoli anche solo un giorno a settimana, ognuno di noi può fare qualcosa. Certo, meglio le merci a chilometro zero, meglio la bicicletta rispetto all’automobile o all’aereo, meglio fabbriche con fumi meno invadenti. Ma dal nostro piatto può passare un cambiamento che nessun vertice governativo avrà mai il coraggio di decidere.

E questo non lo dice la Lav, che da oggi sarà nelle piazze con le ragioni della nuova campagna dal titolo esemplare “Cambiamenu”, lo afferma la Fao nel rapporto “Livestock’s long shadow” portato da Paul McCartney due giorni fa al Parlamento europeo. Il 18 per cento delle emissioni globali di gas serra deriva dagli animali allevati. A loro è imputato il 65 per cento delle emissioni di ossidi di azoto, il 64 delle emissioni di ammoniaca e il 37 del metano, contribuendo in maniera determinante alla formazione delle piogge acide. I pascoli occupano circa il 30 per cento delle terre del pianeta e ogni anno viene disboscata un’area di foresta amazzonica grande quanto il Piemonte (rapporto “Geo Amazzonia” 2009), mentre in totale sono andati persi finora 621mila chilometri quadrati di foresta, corrispondenti a una superficie grande due volte l’Italia.

La produzione di carne comporta anche un massiccio consumo di acqua, nettamente superiore a quella necessaria per la coltivazione: per produrre un chilo di carne bovina sono necessari oltre 15mila litri d’acqua contro i 2.000 litri per un chilo di soia. Alternative? La soia proveniente dalla coltivazione di un ettaro utilizzata direttamente per l’alimentazione umana produce circa 1.800 grammi di proteine. Invece, data in pasto agli animali, da quella stessa coltura si ricavano solo 60 grammi di proteine sotto forma di bistecca. Quindi con la coltivazione di un ettaro di terra è possibile sfamare una persona dallo stile alimentare di un occidentale medio (abbondante di grassi e proteine animali), oppure venti vegetariani. Numeri che fanno già, eccome, la differenza.

E allora cosa aspettiamo a muoverci? Un’occasione, subito, è ripensare alla nostra spesa. E ai tavoli della Lav andare a firmare una petizione che chiede al nostro Comune, alla Provincia, alla Regione, di prevedere che le mense o i locali che svolgono un servizio al pubblico offrano e rendano facilmente identificabili dagli utenti un numero adeguato di opzioni vegetariane e vegan correttamente bilanciate sotto il profilo nutrizionale. Nelle scuole dell’obbligo di Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli ma anche Melegnano, Belgioioso, Noicattaro, si può già fare. Allora perché non in tutta Italia? Così alla Camera c’è da approvare la proposta di legge trasversale Sarubbi, Giammanco e altri. Nelle amministrazioni locali si può fare da subito. E ne trarrebbero giovamento anche i non vegetariani come me che però vogliono poter scegliere e meglio. Più consapevolmente. Per non consumare il mondo.

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