“Vi salverò dal Krakatoa”. E scava tonnellate di sabbia dall’isola di Sebesi

BRUNO VENTAVOLI

TORINO
Un giorno sbarcò accompagnato da grandi parole. E ancor più grandiosi progetti. Sembrava uscito da un mito degli avi, invece non era degno neppure di fare la controfigura in «Lost», la serie cult degli intrighi tropicali. Si presentò come un filantropo. Spiegò ai pescatori di Sebesi, un’isola vicino al terribile vulcano di Krakatoa, che avrebbe messo per sempre le briglie a quella bomba atomica naturale. Non dovevano temere nuove esplosioni come quella devastante del 1883, che uccise 36mila persone e riempì di polveri l’intero pianeta. No, una catastrofe del genere non sarebbe mai più accaduta, promise a tutti una «grande opera» geniale: avrebbe scavato sotto il mare per tagliare il canale della lava, per togliere forza al vulcano. Come fosse un fiore malefico. I pescatori di Sebesi ascoltarono e dissero di sì. Cominciarono ad arrivare barche con scavatrici, pompe che succhiavano i fondali, gigantesche navi che trasportavano via ogni giorno montagne di sabbia e ghiaia. I pescatori di Sebesi si guardavano e non capivano. Qualche sospetto guizzava. Ma in fondo che dovevano temere? Cosa potevano scavare di tanto prezioso gli stranieri? Invece a poco a poco le coste cominciarono a franare in acqua, i pesci a cambiare zona, le correnti a mutare direzione. Quel piccolo paradiso naturale, uguale dal tempo dei nonni dei nonni, stava cambiando. La catastrofe che volevano scongiurare stava arrivando strisciante. Il filantropo era in realtà un faccendiere. Stava rubando l’isola. Era un «pirata della sabbia». E come lui sono in tanti.

La storia è stata denunciata dai giornali asiatici, rilanciata dal «Times». E ha portato a galla – nel vero senso della parola – un fenomeno ancora mediaticamente poco noto, ma devastante per il sudest asiatico. Là dove i pil tirano, dove si spostano anche le montagne per fabbricare ricchezza, ogni particella di madre terra diventa preziosa. Persino la sabbia. E lo è a tal punto che viene contrabbandata come fosse oppiaceo o whisky mafioso ai tempi del proibizionismo. Il meccanismo è semplice. Cina, Tailandia, Singapore, hanno in cantiere faraonici progetti marini e sono affamati di sabbia e ghiaia per mutare le acque in terraferma. Singapore, in quarant’anni ha strappato il 20% della sua superficie al mare, poggiando le fondamenta di immobili preziosissimi su tonnellate di sabbia da riporto. Un tempo la sabbia valeva poco o niente. Ce n’è in abbondanza negli infiniti arcipelaghi tra Indonesia, Borneo e Sumatra. Gli isolotti sono migliaia. Abitati solo dalla giungla. Basta affondare le pompe nei visceri del mare e tirare su.

Ma a forza di saccheggiare fondali, 24 isole sono scomparse, cambiando correnti, sconvolgendo equilibri faunistici, innescando processi di mutamento ecologici dai danni incalcolabili. Dal 2007 l’Indonesia ha cercato di tamponare il male, proibendo l’esportazione di rena patria. La stessa cosa hanno fatto Vietnam e Cambogia. I governi hanno anche punito severamente chi infrange le regole. Ma non basta per fermare i pirati della sabbia, gente che non ha nulla degli antichi Sandokan, non portano scimitarre, e non combattono l’imperialismo predatore. Fanno correre mazzette per corrompere funzionari e poliziotti. E usano i computer per vendere tonnellate di sabbia vera nei mercati che van su e giù guidati dai future virtuali. Gli immensi cantieri dell’Asia hanno bisogno di materia prima da divorare.

«E’ una guerra per le risorse naturali combattuta segretamente – ha detto il portavoce di Greenpeace Indonesia, Nur Hidayati – Centinaia di isole rischiano di scomparire nel prossimo decennio se il traffico di sabbia non viene bloccato. L’estrazione sconvolge i fondali, la fauna, inquina. I pescatori nelle zone dove avviene l’estrazione hanno perso anche l’80% del loro prodotto. La pesca è la loro vita, il loro reddito».

Da quando è entrato in vigore il bando, è difficile fare conti ufficiali di quanta sabbia venga esportata illegalmente, ma secondo gli ambientalisti almeno 300 milioni di metri cubi ogni anno passano dall’Indonesia al sottosuolo di Singapore: i camion che portano il prezioso materiale dalla Malaysia a Singapore sono centinaia.

In Indonesia un metro cubo di sabbia vale circa 90mila rupie, circa 14 dollari di Singapore. I trafficanti la pagano meno, appena 9 dollari, ma fanno tutto loro. Se la vanno a raccattare, la portano via di notte, soprattutto pagano in contanti con valuta più pregiata. Difficile resistere alla tentazione. Ecco perché molti minatori di sabbia locali si convertono facilmente al traffico in nero. Protestano contro il bando all’esportazione che mette in pericolo il loro lavoro. Ma non sanno che si stanno scavando la fossa con le proprie mani. Anche se è una fossa di semplice, soffice, colorata sabbia.

27/3/2010  LA STAMPA

Chiara P. III D

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